chiusura domenicale di un negozio

La proposta di legge per imporre la chiusura domenicale agli esercizi commerciali torna a far parlare di sé.

Con una diretta Facebook Luigi Di Maio ha riportato in auge una delle promesse elettorali più dibattute: la chiusura domenicale. Il vicepremier ha affermato che entro l’anno verrà approvata la legge che prevede di cancellare la norma introdotta dal governo Monti che regolamentava aperture e chiusure degli esercizi commerciali.

Cosa dice il decreto Salva Italia?

Le proposte per la modifica sono 5 provenienti da: Lega, M5S, PD, Consiglio Regionale delle Marche e un’iniziativa popolare. Lo scopo è tornare a prima del 2011 quando il governo Monti approvò il decreto Salva Italia con il quale vennero liberalizzati gli orari degli esercizi commerciali e dei pubblici esercizi per la distribuzione di cibi e bevande.

«le attività commerciali (…) e somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza il rispetto di orari di apertura e di chiusura, dell’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio».

Cosa cambierà con il disegno di legge per la chiusura domenicale?

Il cambiamento più importante è la chiusura obbligatoria dei negozi la domenica con la possibilità di 8 (per la proposta della Lega) o 12 (per la proposta del M5S) aperture straordinarie. Dal decreto sono esclusi i giorni del mese di dicembre in cui i negozianti potranno decidere orari, aperture e chiusure in autonomia per il periodo natalizio.

«Le regioni, d’intesa con gli enti locali – spiega il ddl  – adottano un piano per la regolazione degli orari di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali di cui al comma 1 che prevede l’obbligo della chiusura domenicale e festiva dell’esercizio. (…) Nel  piano  adottato  ai  sensi  del comma 4 – si aggiunge – sono individuati i giorni e le zone del territorio nei quali gli esercenti possono derogare  all’obbligo  di  chiusura  domenicale  e  festiva.  Tali  giorni  comprendono  le domeniche  del  mese  di  dicembre,  nonché ulteriori quattro domeniche o festività nel corso degli altri mesi dell’anno».

Chi è contrario e perché?

I contrari sono molti a partire dalla GDO. Abolire la domenica lavorativa porterebbe al taglio di 40-50.000 posti di lavoro, un paradosso. Con la chiusura domenicale dei centri commerciali, infatti, perderebbero il posto quei dipendenti che i sindacati e il governo dicono di voler tutelare con questa legge. Sono contrari anche i 19 milioni e mezzo di italiani che la domenica si recano a fare la spesa. Garantire l’apertura 7 giorni su 7 è la risposta a un’esigenza dei consumatori, ma non è un obbligo. Questo dettaglio sembra sfuggire al governo e ai sostenitori della nuova normativa. Un duplice dettaglio: sono gli stessi italiani a chiedere che i centri commerciali rimangano aperti la domenica e non viceversa, inoltre non è prevista alcuna restrizione che impedisca di decidere liberamente l’apertura e la chiusura del proprio negozio. Perché allora deve essere lo stato a decidere per il popolo (consumatori ed esercenti) dove e come trascorrere la domenica?

E l’ecommerce?

Nella proposta del M5S non viene trascurato il mercato online: «nei giorni festivi il consumatore potrà continuare a collegarsi ai siti di ecommerce, scegliere e completare l’ordine di un prodotto, ma dovrà essere chiaro che l’attività commerciale in questione, se si svolge in Italia, non sarà esercitata in alcune delle sue fasi». Perciò anche l’ecommerce italiano subirebbe le conseguenze della chiusura domenicale. Il negozio online ha creato nuove esigenze come la velocità di consegna e la costante occasione di effettuare acquisti. Eliminare la possibilità di tenere aperti i negozi la domenica non sarebbe una regressione a un mercato prima dell’ecommerce? Imporre la chiusura dei negozi tradizionali non favorirebbe l’utilizzo di quelli online e perdipiù stranieri? Non verrebbe a crearsi una situazione in contrasto con l’intento della riforma?

ragazza effettua acquisto online con carta di credito durante la chiusura domenicale

Quali sarebbero le conseguenze della chiusura?

Probabilmente si creerebbero delle nuove disuguaglianze. Ad esempio, i lavoratori autonomi potrebbero continuare a lavorare senza dover sottostare al decreto, i negozi online stranieri punterebbero sulla domenica per incrementare le vendite e questo non gioverebbe al nostro mercato. Altre conseguenze non siamo ancora in grado di prevederle, ma possiamo basarci sull’esperienza, quella di chi già sta vivendo una simile imposizione. Sto parlando dei panettieri siciliani che dallo scorso anno sono costretti a sottostare al divieto di panificazione domenicale. Inutile riportarvi il loro malcontento per una norma che penalizza i piccoli commercianti e agevola i centri commerciali.

Qualcuno aveva già previsto una domenica bestiale

Manzoni, all’interno de “I promessi sposi”, racconta la rivolta del pane avvenuta nel ‘600. In un primo momento il costo del pane viene stabilito dal governatore al di sotto di quello del grano (questo scontentava i panettieri, ma accontentava il popolo affamato). Successivamente il prezzo viene cambiato nuovamente dal governatore facendolo arrivare alle stelle. Conseguenza? il popolo si ribella assaltando i forni.

L’autore commenta con queste parole l’azione della folla: «veramente, la distruzion de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva». L’azione del governo Conte capitanata da Lega e M5S assume i tratti della rivolta popolare manzoniana, apparentemente giusta, ma male organizzata. La distruzione di una norma come quella della liberalizzazione degli orari non porterà altro che il malcontento di clienti, dipendenti e di non pochi commercianti.

negozi in una via prima della chiusura domenicale

Serve un dialogo tra le parti

Una possibile strada sembra quella proposta da Confcommercio.

«Confcommercio auspica che ci sia una fase di dialogo e di ascolto per affrontare il tema nel merito evitando gli errori del passato con l’obiettivo di tenere insieme le esigenze di servizio dei consumatori, la libertà delle scelte imprenditoriali e la giusta tutela della qualità di vita di chi opera nel mondo della distribuzione commerciale».

La decisione di modificare il decreto Salva Italia è un’operazione molto delicata, quasi chirurgica, perché deve riuscire a non sbilanciarsi solo a favore della grande distribuzione né tantomeno solo dei piccoli imprenditori. Speriamo che le “sottigliezze metafisiche”, in questa voglia di risolvere tutto nel più breve tempo possibile, non sfuggano ai nostri ministri come alla folla del Manzoni.

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