Il decreto dignità è legge.

Sin dal primo momento dell’insediamento del governo Salvini-Conte-Di Maio ci siamo interessati dei riverberi che avrebbe potuto avere sul mondo del digitale. Soprattutto dopo aver attentamente ascoltato il lungo discorso di insediamento, in cui la gig economy del mondo digitale sembrava farla da padrone.

Del decreto dignità all’inizio si sapeva poco e niente, se non che spaventava colossi da poco sbarcati in italia come Foodora: «Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia» aveva dichiarato a giugno Gianluca Cocco, ad di Foodora Italia che in un’intervista al Corriere aveva duramente attaccato la decisione del ministro di affrontare il tema dei fattorini dell’app tra i suoi primi provvedimenti.

«Il decreto ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato», accusava Cocco, «così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso. Se Di Maio vuole che i player tecnologici lascino l’Italia lo dica chiaramente».

Oggi, con 155 sì e 125 no il decreto dignità è diventato legge.

E Foodora ha deciso di abbandonare l’Italia.

Ma le due questioni sono davvero legate l’una all’altra?

Cosa dice il decreto dignità


Nato con lo scopo di ridurre il precariato, il decreto dignità ha inserito una serie di disposizioni che rendono più difficili le assunzioni a tempo determinato: la durata massima dei contratti è stata accorciata a 24 mesi anziché i 36 della normativa precedente.

Ma non solo: il decreto dignità ha reso anche più costoso il licenziamento illegittimo ed ha inserito un bonus alle aziende che decidono di assumere a tempo indeterminato molto simile a quello che era stato introdotto dal governo Renzi nel 2015, aspramente criticato, all’epoca, dallo stesso Di Maio.

Foodora lascia l’Italia a causa del decreto dignità?


Non solo.

Perché, oltre ad aver lasciato l’Italia, Foodora ha annunciato di voler abbandonare anche Australia, Olanda e Francia per puntare sui mercati in maggior crescita che garantiscono migliori condizioni di sviluppo.

«La strategia di Delivery hero» la holding dietro le piattaforme di consegne a domicilio «è quella di operare in modo economicamente efficiente, con focus su crescita e posizione di leadership in tutti i mercati in cui opera. In Italia questo obiettivo è ora difficile da raggiungere con investimenti ragionevoli. In Italia l’attività di food delivery si scontrano con necessità normative complicate, ma soprattutto con un mercato ancora limitato e con una diffusa concorrenza» dice Emanuel Pallua, coofondatore di Foodora, che aggiunge:  «Siamo consapevoli dei risultati raggiunti finora per cui stiamo valutando possibili acquirenti. Questo annuncio non ha conseguenze sul servizio e sulle modalità con cui operiamo. La nostra piattaforma, il servizio dei ristoranti e i riders sono operativi come sempre. La nostra principale priorità è assicurare un futuro di successo anche con una nuova proprietà».

Di chi è dunque la colpa? Del decreto dignità o delle aziende che lucrano su riders bisognosi?

La verità sta nel mezzo e il primo dato da tenere in considerazione è quello relativo al mercato del food delivery worldwirde e in italia.

A livello mondiale, secondo una ricerca McKinsey il mercato del food delivery si attesta intorno a 83 miliardi di euro, pari all’1% del mercato alimentare.

Crescerà con un tasso annuale stimato del 3,5% per i prossimi cinque anni.

Tuttavia, il modello tradizionale di consegna a domicilio, in cui il consumatore effettua un ordine via telefono, rappresenta una quota di mercato ancora pari al 90%.

In Italia, il mercato vale 2 miliardi di euro ed è penetrato soltanto del 3%.

Jacopo Poletti, curatore del report, spiega che «Nel nostro Paese lo spazio di mercato è a tutt’oggi vastissimo ma la penetrazione resta ancora di superficie, con una fortissima frammentazione fra piccolissimi player destinati a non essere rilevanti. Inoltre, in un ecosistema startup italiano dove è già difficile raccogliere capitali considerevoli per provare a puntare a una scalabilità perlomeno europea, l’esigenza di creare concentrazione è una necessità più che una scelta. È impensabile oramai anche solo pensare di poter competere (o quantomeno essere appetibili) verso i competitor internazionali.»

A un’approfondita analisi di mercato va ad aggiungersi un problema strutturale in Italia: la mancanza di lavoro che rende appetibile anche la prospettiva del rider.

Che ci si voglia credere o meno, quello del rider non nasce e non è in alcun modo e in nessuna maniera un lavoro a tempo pieno ma un’attività, retribuita, destinata almeno nelle intenzioni a soggetti che saltuariamente decidono di arrotondare con le consegne.

Il fatto che in Italia le consegne non vengano fatte da studenti ma da precari, da persone senza lavoro, da quarantenni che non riescono a reimpiegarsi fino ad arrivare agli esodati, dovrebbe far accendere un campanello d’allarme al ministro del lavoro.

Il problema non è tanto la scarsa retribuzione di un rider quanto il fatto che piuttosto che morir di fame, ci si affami portando il cibo allo studente universitario che domani non troverà lavoro e dirà a se stesso: “solo per questo mese, solo stavolta”.

Come sempre, homo homini lupus.

Scopri i nostri Focus