Persone sedute a un tavolo pieno di cibo ordinato tramite Glovo

Glovo, la piattaforma spagnola che consegna qualunque cosa di cui tu abbia bisogno, ha da poco firmato un accordo per rilevare le attività in Italia della concorrente Foodora. Vento di cambiamento per il nostro food delivery?

Dopo la polemica dei rider sottopagati, la startup tedesca aveva annunciato l’abbandono del mercato italiano perché poco redditizio. Palla presa al balzo dal competitor Glovo, che invece mostra grande fiducia nelle potenzialità del nostro Paese.

L’azienda infatti ha chiuso di recente un round da 115 milioni di euro e presto sfiderà le altre principali piattaforme del food a domicilio in Italia: Deliveroo e JustEat.

L’obiettivo?

Consolidare la sua presenza nel mercato europeo, dove l’Italia riveste un ruolo cruciale. Tra i nuovi investitori protagonisti di questo round figura AmRest, influente player nel settore della ristorazione a cui sono legati 1600 ristoranti e catene come KFC, Starbucks e Burger King. A seguire, il fondo francese IdInvest Partner, con un potenziale da oltre 8 miliardi di euro e infine, GR Capital, altra società di venture capital.

C’era una volta Glovo…

La startup nasce a Barcellona nel 2015 come servizio online per acquistare e ricevere prodotti di diversa categoria: dal food ai testi scolastici. Matteo Pichi, Direttore Generale della divisione italiana, afferma: «La diversificazione della nostra offerta di consegne on demand, estesa a ristoranti, supermercati, farmacie e negozi di ogni genere è un approccio di business che ci ha premiato sul mercato».

Attualmente opera già in 12 città nel nostro Paese e 76 nel resto del mondo ma, con la fusione, punta all’acquisizione di 620 mila utenti e 4500 partner commerciali.

«In un solo anno infatti, siamo passati da essere attivi in una sola città, Milano, a coprire capillarmente oltre 12 attraverso accordi commerciali con numerosi importanti partner da Roadhouse e La Piadineria, a McDonald’s fino a To.Market», afferma Pichi.

Rider Glovo in bicicletta

…e Foodora

Foodora invece, parte di Delivery Hero, nasce in Germania nel 2014 per arrivare in Italia nel 2015. Le prime città ad aderire sono inizialmente Milano e Torino, successivamente si aggiungono anche Roma, Firenze, Bologna e Verona. L’azienda lo scorso agosto aveva annunciato di voler uscire dal mercato italiano e di essere pronta a valutare eventuali proposte da acquirenti. Il co-fondatore Emanuel Pallua aveva detto: «La strategia di Delivery Hero è quella di operare in modo economicamente efficiente, con focus su crescita e posizione di leadership in tutti i mercati in cui opera. In Italia questo obiettivo è ora difficile da raggiungere con investimenti ragionevoli».

Un passaggio di consegne avvenuto all’interno della stessa famiglia se si considera che Delivery Hero, la holding che controlla Foodora, ha quote anche di Glovo. Passaggio che avverrà in più fasi e, prima dello step definitivo, l’azienda continuerà ad operare attraverso il proprio marchio.

E il ruolo dei rider?

Attualmente non risulta ancora nessuna dichiarazione riguardo i fattorini, i veri protagonisti di un servizio che altrimenti non avrebbe ragione di esistere. Trattandosi di collaboratori, e non sussistendo ancora alcuna clausola di continuità lavorativa, Glovo potrebbe decidere allo stesso modo di reciderne il contratto, quanto di estenderlo.

Quello del rider, insieme a tutte le professioni parte della Gig Economy, è un impiego che ancora oggi desta molti dubbi in tema di diritti sul lavoro. Parliamo di occupazioni on demand gestite tramite piattaforme digitali e app dedicate, ma non solo. Ne fanno parte anche babysitter, addetti alle pulizie, freelance, professionisti che offrono ripetizioni scolastiche. La caratteristica comune? Contratti precari e orari lavorativi flessibili.

La situazione è altrettanto delicata in tema di retribuzione percepita. Inizialmente i rider potevano guadagnare anche 10 euro l’ora, ma poi le cose sono cambiate. Da un fisso garantito si è passati alla modalità a cottimo, con consegne pagate anche 3-4 euro lordi.

Un sistema di controllo che si affida totalmente all’algoritmo dell’app per decidere quantità e qualità del lavoro svolto. Una parentesi controversa che in Italia va a ad aggiungersi alla già complicata situazione normativa con il Decreto Dignità.

Tra i rischi più preoccupanti la creazione di una incompatibilità tra un modello di lavoro industriale, delimitato e soggetto a un potere direttivo, e uno itinerante come la figura del rider. Incompatibilità che potenzialmente potrebbe tarpare le ali a quello che attualmente si dimostra un mercato in crescita.

Quatto rider Foodora in bicicletta

La situazione attuale

Dopo la convocazione del Tavolo al Ministero dello Sviluppo Economico dell’11 settembre, in data 7 novembre si è tenuto un nuovo incontro con aziende e sindacati. Purtroppo non sembra essere cambiato molto e gli aspetti da definire sono diversi, in primis quale contratto nazionale adottare per i rider e che tipologia di tutele garantire a chi manterrà un rapporto di collaborazione. Al termine del vertice Cgil, Cisl e Uil, affermano: «Siamo convinti che sia indispensabile partire dagli accordi già esistenti contenuti nei ccnl Logistica, sottoscritti dalle federazioni delle categorie dei trasporti. Accordi che possono essere utilizzati sia per regolare il lavoro subordinato in questo settore, che per costruire un allargamento dei diritti per i lavoratori in collaborazione. Abbiamo dato disponibilità, fin da subito – proseguono – affinché si possa avviare su questa base un confronto fra parti datoriali e sindacati» .

Scopri di più sul mondo ecommerce