Ragazza utilizza una versione censurata di Google chiamata Dragonfly

Dopo un temporaneo dietrofront Google torna in Cina con Dragonfly accettando le restrizioni imposte dal governo.

Recentemente Google si è trovata con le mani legate davanti all’“impero” cinese che regna sovrano sul mercato mondiale. Il colosso americano è tornato in Cina accettando le norme sulla censura imposte dal governo del presidente Xi Jinping.

Un attacco hacker e Google si ritira

Il gigante di Mountain View aveva ritirato il suo prodotto nel marzo del 2010 a seguito di diversi episodi di hackeraggio da parte di utenti cinesi. Questi episodi rivelarono un tentativo da parte del governo di sottomettere Google alle norme sulla censura. Non volendosi piegare, Google decise di reindirizzare il dominio Google.cn a Google.com.hk relativo solo ad Hong Kong dove le restrizioni non venivano applicate.

Si legge sul blog ufficiale di Google:

«Vogliamo che il maggior numero di persone nel mondo possa avere accesso ai nostri servizi, compresi gli utenti in Cina. Questa nuova soluzione di ricerca fornirà il servizio senza censure in cinese semplificato da Google.com.hk: è del tutto legale e ci porterà ad aumentare l’accesso alle informazioni per tutti i cinesi. Ci auguriamo vivamente che il governo cinese rispetti la nostra decisione, anche se siamo ben consapevoli che potrebbe in qualsiasi momento bloccare l’accesso ai nostri servizi».

I dipendenti contro Dragonfly

Il gesto compiuto nel marzo del 2010 esprimeva una posizione ben precisa di Google e cioè quella di non voler sottostare a delle norme restrittive. Tale posizione era pienamente condivisa dai dipendenti. Infatti, all’operazione Dragonfly, il motore di ricerca costruito ad hoc per la Cina, si opposero con una lettera firmata più di mille dipendenti. Perché dunque Google è tornata in Cina? Perché non riesce a fare a meno del mercato cinese?

 

Insegna di Google in Cina dove prende il nome di Dragonfly

Cina: una calamita irresistibile

Partiamo da alcuni numeri. La popolazione cinese si compone di circa 1,45 miliardi di persone tra le quali 800 milioni sono utenti internet e 1,2 miliardi di telefonia mobile, il doppio degli americani.

Il PIL è in continua crescita, crescita guidata da una politica di esportazione rendendo l’economia cinese globale e aperta. Come se non bastasse, la politica americana messa in piedi da Donald Trump con lo slogan “America first” rende gli USA un partner inaffidabile e consegna il mercato europeo nelle braccia della Cina.

Come Google anche Amazon, Microsoft, Telegram, Apple e molti altri si sono piegate alle restrizioni cinesi. Questo non solo perché attratte dall’esponenziale crescita del mercato, ma perché la Cina possiede dei loro surrogati. Sono state sviluppate delle versioni made in China di queste piattaforme tra le più conosciute vi sono Alibaba, Jd.com, Tencent e Baidu. Le autorità cinesi si sono spinte fino al punto di fondare la Banca Asiatica che si pone come alternativa regionale della Banca mondiale.

Per paura di essere sostituiti o per la possibilità di un guadagno sicuro i colossi dell’hi-tech non possono permettersi di snobbare il più grande mercato mondiale per questioni etiche. Non sarà la più onesta, ma la via della seta è tornata a brillare.

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