vicini di casa riuniti dalla social street

Nate nel 2013 a Bologna si sono diffuse in molte città italiane e anche nel mondo, cosa sono e come nascono le social street?

Cos’è una social street?

Nel 2013 in Via Fondazza a Bologna è nata la prima social street: un tentativo di ripristinare la comunità intorno a un luogo, superando la diffidenza che caratterizza le persone nella nostra società. È un gruppo su Facebook aperto da Federico Basitani per conoscere i suoi vicini di casa. I vicini hanno aderito volenterosi fino al punto di lasciare il social network e uscire di casa per conoscersi.

Oggi quella Via è una vera e propria comunità di vicini e amici che mettono a disposizione di tutti locali, oggetti e talenti. Un esempio di questo è la libreria comunitaria. Una signora ha deciso di mettere a disposizione il suo negozio per costituire una libreria in cui non si comprano e non si vendono libri, ma chi non usa più i suoi o vuole semplicemente metterli a disposizione può lasciarli in libreria. Lo stesso accade per biciclette, cassette degli attrezzi e pompe della bici. Tutto è messo in condivisione con gratuità.

Inclusione, socialità e gratuità: una rivoluzione umana

Queste tre parole sono la vera ricchezza che la social street bolognese ha portato, dei valori che vengono spesso nominati ma raramente vengono messi in pratica. La virtuosità di Via Fondazza è stata riconosciuta e portata in altre città, tra queste Milano, creando un vero e proprio fenomeno. La città meneghina conta oggi il maggior numero di social street. Non è un caso che tale fenomeno si sia sviluppato in questo momento storico e in determinate città. Non lo è perché da qualche tempo, con la nascita della sharing economy, si sono sviluppate diverse forme di inclusione tra vicini di casa. Esempi come Nextdoor o le forme di cohousing (unità abitative con spazi condivisi) sono la prova che l’uomo ha bisogno di vivere con altri individui, ma non individui qualsiasi, c’è bisogno di qualcosa che li accomuni.

 

Portici bolognesi dove è nata la prima social street

Dalla sharing economy all’economia del dono

In questo senso possiamo descrivere il fenomeno delle strade social come figlio della sharing economy ma padre di un altro tipo di movimento, quello dell’“economia del dono”. Infatti, se nel primo caso la logica che sottostà è quella del do ut des, nelle social street i vicini si aiutano vicendevolmente senza volere nulla in cambio, gratuitamente. Un circolo virtuoso: da una gratuità ricevuta si genera un gesto di gratuità. In una società dove l’individualismo è spinto al massimo le social street sono un fattore di eccezionalità e straordinaria ordinarietà che ci auguriamo possa diffondersi sempre più.

Un grande milanese, Giorgio Gaber, aveva già a suo tempo notato e manifestato questo bisogno di appartenere a un luogo e a una comunità in una delle sue canzoni. Forse per descrivere il fenomeno delle social street e renderci conto che, come dice l’antropologo francese Marc Augé, le persone hanno bisogno di «addomesticare luoghi, renderli familiari» basterebbe riportare il testo di quella canzone. E allora perché no? Buona lettura e buon ascolto.

Uomini del mio presente, non mi consola l’abitudine a questa mia forzata solitudine, io non pretendo il mondo intero vorrei soltanto un luogo un posto più sincero dove, magari un giorno molto presto, io finalmente possa dire questo è il mio posto, dove rinasca non so come e quando il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo. […] Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.

(Canzone dell’appartenenza, Giorgio Gaber)

 

Scopri i nostri Focus